Alla manifestazione di Milano-San Babila ci sono stati molti interventi che, facendo riferimento al governo Monti calato dall’alto, recriminavano una sospensione della sovranità popolare: legittimo. Non solo però è stato detto, forse in un momento po’ concitato di un intervento, che la sovranità popolare non solo non dovrebbe essere sospesa da procedure formalmente democratiche (che però sostanzialmente non lo sono), ma è stato anche affermato che è ingiusto che sia limitata: ma la sovranità popolare, almeno che non sia esercitata nella forma della democrazia diretta, è rappresentativa e quindi limitata.
Si può essere certamente nostalgici e sostenitori di quella diretta, ma bisognerebbe altresì essere disposti a quel sacrificio di libertà individuale che gli antichi ateniesi non conoscevano e che venne invece concettualizzata, valorizzata e difesa intransigentemente dai moderni, promotori della democrazia rappresentativa e del bilanciamento dei poteri. Io la penso come Benjamin Constant (La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, 1819), in poche parole: teniamoci strette le libertà individuali, anzi cerchiamo di ampliarle. Allora, piuttosto, la sovranità popolare dovrebbe essere ulteriormente limitata, perché spesso sovranità popolare=più stato, ossia più potere della tirannia della maggioranza sulla minoranza attraverso il fisco e più intrusione di quella che J.S. Mill chiamava “tirannia dell’opinione e del costume dominanti” nella sfera individuale.
Dovrebbe essere la costituzione a difendere la libertà negativa dalle leggi illiberali formulabili dalla maggioranza affinché la libertà non sia l’esito contingente e provvisorio che risulta da un decreto, ma sia piuttosto una garanzia forte e fondamentale, accordata la quale si può iniziare a sentirsi rispettati dallo stato. Finché non sarà così ci sarà bisogno di una battaglia antistatalista. Insomma, dovrebbe essere la costituzione a sancire uno stato di diritto garante di maggiori libertà fondamentali che proteggano anche dalla tirannia della maggioranza sulla minoranza, la quale altro non è che una sistematica distorsione della sovranità popolare che provoca in modo altrettanto sistematico la redistribuzione forzata dei redditi. Questa, lungi dall’essere strumento di equità e solidarietà come piace chiamarla ai politici, è piuttosto un’ingiustizia legalizzata ben svelata da Robert Nozick, teorizzatore dello stato minimo, e più di recente da Anthony de Jesey, secondo cui “in buona sostanza la pratica della democrazia non è diversa dal gioco di distribuzione che permette a due giocatori di coalizzarsi al fine di derubare un terzo” e che ha dimostrato in modo rigorosamente analitico come le teorie basate sulla presunta “giustizia sociale” non abbiano fondamenti.
Ebbene, si pensi che spesso ai demagoghi e ai collettivisti piace combinare giustizia sociale e sovranità popolare con il risultato di riprodurre modelli retrogradi e pericolosi (si vedano gli “indignati”).Noi liberali sostenitori dei Tea Party dovremmo invece parlare di più di “sovranità del consumatore”, l’ideale normativo elaborato da Mises per criticare i monopoli legali, i privilegi accordati dallo stato che impediscono la concorrenza.La sovranità del consumatore sì che amplia la libertà individuale e con grande efficacia promuove le libertà e la crescita economiche. Il mio è allora un invito a ripensare criticamente il concetto di sovranità popolare (lasciamolo esaltare da Di Pietro & Vendola) e difendere il libero mercato e l’autonomia dell’individuo, quindi la sua libertà dallo stato.
A proposito, la manovra varata, sebbene sia il prezzo da pagare al posto di uno più alto (uscire dall’euro) e nonostante introduca provvedimenti positivi ma ancora troppo deboli rispetto a liberalizzazioni e costi della politica, è ancora una volta fondata sul solito quanto ingiusto ricorso agli strumenti fiscali, non solo ingiusti ma anche recessivi: dai tecnici economisti ci si aspettava ben altro. Per ridurre il debito era necessaria una incisiva riduzione del peso dello stato e rispetto alla crescita, questa continua ad essere disincentivata da una aumento della pressione fiscale.
Teniamoci allora pronti a intensificare una pressione critica sempre più consapevole, non possiamo permetterci di aspettare passivamente l’arrivo di una classe politica in grado di rendere la nostra costituzione meno sbilanciata a favore del “bene pubblico” e più garante della libertà individuale, perché nell’attesa c’è il rischio che si affievoliscano più di quanto non sia già accaduto la passione per la libertà e l’intraprendenza individuale.Infine, mostriamo a chi ci dà dei “brutti e cattivi capitalisti individualisti anti-sociali e pericolosi neoliberisti”, che siamo in grado di costruire una self government (come la chiamava Tocqueville) della società privata, che non vuole ricevere nulla ma rivendica più libertà per costruire. Buon lavoro amici del Tea Party!
Giacomo Reali
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Articolo postato il 12/12/2011 - Aggiungi il
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