Soldi, sanità, sicurezza: nelle Midterm gli USA si giocano il futuro - foto
Le elezioni Mid Term sono la cenerentola della democrazia americana. I media, fuori dagli Usa, se ne disinteressano parecchio, manco si trattasse di voti locali. Invece hanno un’importanza fondamentale, perché determinano la maggioranza al Congresso, a metà (Mid Term) del mandato presidenziale.
Il presidente Barack Obama conta su una maggioranza 53 senatori democratici (contro 45 repubblicani e 2 indipendenti), ma è già sotto alla Camera, dove il Partito Repubblicano conta su una maggioranza di 234 deputati, contro 199 democratici.

Le Mid Term, il prossimo martedì 4 novembre, rinnoveranno tutta la Camera, con i suoi 435 deputati e un terzo del Senato (36 senatori su 100). Queste elezioni possono insomma determinare una svolta decisiva. Perché i repubblicani mirano a conquistare la maggioranza al Senato e a ottenere una schiacciante vittoria alla Camera. Se questo dovesse succedere, Obama rimarrebbe un’anatra zoppa: un Presidente incapace di governare.

C’è tanta carne al fuoco e, prima di tutto, la sfida si vince sui numeri. E quindi è bene vederne un po’: nel rinnovo di tutti i 435 deputati alla Camera, i repubblicani puntano a farne eleggere 246. Non che non abbiano già la maggioranza, come abbiamo già visto. Mirano piuttosto, al record: sarebbe la più solida maggioranza repubblicana in tutta la storia del dopoguerra. In Senato, gli equilibri sono più delicati. Essendo la camera degli Stati, la lotta è più territoriale. I repubblicani sfidano i democratici in sei Stati: South Dakota, West Virginia e Montana (dove pensano di vincere con un buon margine di sicurezza), Alaska, Arkansas, Colorado e Louisiana (dove hanno buone possibilità di vittoria). Nel caso se li aggiudichino tutti e sei, hanno vinto la maggioranza. Perché ne basterebbero così pochi, visto che i senatori da eleggere sono 36? Perché, appunto, gli equilibri sono molto delicati e sottili. Dei 36 seggi senatoriali, 15 sono nelle mani dei repubblicani e 21 in quelle dei democratici. Sei senatori faranno la differenza. Naturalmente non sarà solo una battaglia di numeri, combattuta sul filo del rasoio, ma soprattutto uno scontro sui contenuti. Tanti contenuti che si possono riassumere in tre S: Sicurezza, Sanità e Soldi.

Sicurezza: cambiando il Senato cambierebbe sia la politica estera che quella sulla sicurezza interna, immigrazione inclusa. Barack Obama aveva annunciato una svolta nelle relazioni internazionali, fondata sulla riconciliazione con i vecchi nemici (Russia, Siria, Iran) e un abbraccio dell’islam democratico. Quest’ultimo non è neppure comparso all’orizzonte, in compenso l’improvviso sorgere del Califfato Islamico, in un Iraq frettolosamente abbandonato da Obama, ha riacceso la paura per il terrorismo internazionale, molto peggio che ai tempi di Al Qaeda. Inoltre sono state aperte crisi con tutti gli Stati con cui Obama voleva riconciliarsi: crisi al calor bianco con la Russia, guerra civile in Siria. Solo gli accordi preliminari con l’Iran stanno reggendo (per ora), ma stanno costando a Obama l’amicizia con Israele, unico tradizionale alleato degli Usa in Medio Oriente. Se la sicurezza all’estero preoccupa gli Stati Uniti, quella interna li terrorizza. Dal Messico sta arrivando un’ondata di immigrati clandestini senza precedenti. Alla linea morbida del presidente Obama, i repubblicani propongono una dura risposta con una politica dei “respingimenti”. La sicurezza delle frontiere preoccupa gli americani anche per un altro motivo: ebola. La tremenda epidemia, che ha già provocato 10mila vittime in Africa ed è sbarcata in Texas con i primi casi di contagio, sta diventando uno dei principali temi della campagna elettorale. I repubblicani soffiano sul fuoco della paura e accusano Obama di incoscienza. Il presidente risponde con estremo pragmatismo, invitando gli americani a non farsi prendere dal panico. Ma così facendo dà di sé un’immagine di presidente indeciso. La nomina di un nuovo “zar” (autorità speciale) per l’emergenza ebola, scelta nella figura di Ron Klain, un avvocato tutt’altro che esperto in questioni sanitarie, non fa che peggiorare il quadro.

La sicurezza su ebola riguarda anche la seconda S: sanità. Sulla riforma sanitaria, l’Obamacare, il presidente ha puntato tutta la sua reputazione. Ma l’ingranaggio, anche qui, ha mostrato segni di inceppamento. Aziende motivate da una forte etica cristiana, come Hobby Lobby (una catena di negozi di bricolage), hanno vinto cause contro l’obbligatorietà di assicurazioni che includono anche contraccezione e aborto. Mentre i primi studi sull’andamento dei prezzi delle polizze segnalano in modo allarmante un aumento dei premi, mentre la cronaca mostra in modo impietoso casi di famiglie, come quella della giovane Shannon Wendt, che hanno perso la precedente copertura assicurativa e stentano a pagarne una nuova più cara. Ma al di là dei casi singoli, quella dell’Obamacare è una scelta sistemica. Gli americani devono decidere chi deve curarli: i privati o lo Stato? L’Obamacare introduce lo Stato in un sistema sanitario ampiamente privato e competitivo. I repubblicani mirano a distruggere la riforma, senza compromessi, de-finanziandola e respingendola. I democratici la vogliono difendere e completare, battendosi con le unghie e coi denti.

La terza S è forse la più determinante: i soldi. Dopo la crisi del 2008 è arrivata la ripresa. Ma è stata una ripresa lenta, costosa e sofferta. Tuttora gli ultimi sondaggi rivelano che la maggioranza dei cittadini americani sia insoddisfatta della propria situazione economica e pessimista per il futuro. La politica di Obama, basata su stimoli economici con soldi pubblici, non è stata pagata tanto con nuove tasse (almeno finora) quanto con un aumento del debito pubblico, che ora ha raggiunto la cifra record di 18mila miliardi di dollari. Sul debito sono state combattute battaglie muro-contro-muro al Congresso. I democratici mirano ad innalzare il tetto del debito massimo consentito (Debt Ceiling), i repubblicani rispondono con la proposta di drastici tagli alla spesa pubblica. L’assenza di accordi, l’anno scorso, ha già portato alla chiusura temporanea di molte attività pubbliche, il cosiddetto “shutdown”, un fatto con ben pochi precedenti. E che potrebbe essere solo un antipasto di crisi più gravi.

Tea Pary Italia e le Midterm USA
Insomma, c’è tantissima carne al fuoco in queste elezioni. E, data l’importanza dell’evento, venerdì 31 ottobre ne parleremo a Milano, con due esperti, uno per parte, della politica americana. Un evento organizzato, nell’ora dell’aperitivo (alle 19) da Libertates e Tea Party Italia, al “Club Le regole del gioco”, in Viale Monte Grappa 8/A.

"Dalla parte dei repubblicani" ospiteremo Marco Respinti, giornalista, presidente del Columbia Institute.
"Dalla parte dei democratici" avremo invece Roger Locilento, avvocato, esperto di diritto privato internazionale e coordinatore, a Roma, di Libertates. Vinca il migliore!

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Articolo postato il 30/10/2014 - Aggiungi il permalink ai segnalibri.

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