Riformare, riformare, riformare: risuona ancora nella memoria di alcuni di noi la risposta che Umberto Bossi dette a stretto giro di ruota a Francesco Saverio Borrelli, il noto magistrato “militante” che incitava i colleghi a “resistere, resistere, resistere” contro le riforme avviate dal Governo Berlusconi. Altri tempi: tempi indietro, anche se, a ben vedere, a distanza di anni il tempo pare essersi fermato. L’Italia, al contrario, non ha fatto un passo in avanti, neanche col cambio della guardi a Palazzo Chigi, e coll’avvicendamento tra il Berlusconi dimissionario e il tecnico Monti, è ancora appesa a un filo, debole, forse sempre più debole, se si pensa che mentre i partner europei continuano ad apprezzarci (lo dicevano anche tempi dell’era-Tremonti) per gli sforzi che facciamo, nel mentre le agenzie di rating ci declassano (con Monti siamo passati in serie-B).
Il governatore della Banca centrale europea, l’italianissimo Mario Draghi, afferma disperato che la situazione è disperata (addirittura “peggiorata” per l’Euro-zona) e lo spread sale e scende, sfiorando qualche giorno anche i livelli toccati ai tempi di Berlusconi, a dimostrazione che la causa era esogena e non legata alla presenza o meno di questo o quel Presidente del Consiglio alla guida del Governo italiano. La causa è quella indicata dal Tea Party Italia in tempi non sospetti: troppa spesa, mancanza di libertà economica, un fisco eccessivo ed oppressivo.
Un’Italia appesa, dicevamo: a un filo sempre più sottile. Ma si sa, anche a vederlo sottile come prima, o di spessore lievemente superiore, all’aumentare del peso (situazione grave, appunto…) cresce la tensione e questo ne determina sempre più frequenti esposizioni al pericolo di una rottura. Un equilibrio precario in cui banche e risparmi delle famiglie, imprese e lavoro, possono subirne molte pesantissime conseguenze: la Grecia, se non è più alla porta, continua a stazionare sul marciapiede. Pessimismo catastrofista, dice qualcuno. Terrorismo finanziario, secondo altri.
Serve ottimismo? Forse sarebbe bene vestirsi invece di quei panni scomodi, ma terribilmente necessari, del sano realismo. Ci siamo: tra i vincoli stringenti dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (che è vero che impedisce di licenziare, ma è anche un freno a molte assunzioni, soprattutto per le medie imprese, ossatura del sistema-Italia) e quelli assai blandi dell’articolo 81 della Costituzione (che avrebbe dovuto determinare, con senso di responsabilità un minimo di virtù nel curare il bilancio dello Stato), l’Italia, di chi imprende, lavora, si sacrifica ogni giorno e di chi governa, è ancora lì sull’orlo del baratro. Un’intera nazione col fiato sospeso, i cui cittadini mentre aspettano i saldi di fine stagione, si riscoprono di nuovo i tartassati contribuenti di ogni mese: un ritocco alle accise sulla benzina, una all’aliquota dell’imposta sull’assicurazione dell’automobile e alla fine ci si sente dire “che saranno mai venti euro”. Il problema è che sono venti euro da troppe parti e spesso molti di più.
Andrea Bonacchi
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Articolo postato il 18/01/2012 - Aggiungi il
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Dweezil
Postato il 2012-01-24 05:30:08
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