Cinque anni di Tea - foto
Si chiama Tea Party Italia ma non è un partito e neppure è (o si rende) collaterale ad alcun d’essi, perché un movimento estraneo a qualsiasi competizione elettorale, una “piattaforma operativa” (come l’ha definita il suo portavoce Giacomo Zucco) aperta a chiunque ne condivida idee e regole, vuole soltanto diffondere una cultura che in Italia ha sempre avuto vita grama, essendo Paese dominato da una diffuso sentimento collettivista e solidarista.

‘Nacque’ appena cinque anni fa, in quel di Prato, forse non a caso se è vero che Prato è un po’ realtà anomala nella nostra regione, lo dico in senso buono: perché dinamica un po’ sopra la media (crisi del tessile, ormai risalente, e crisi degli ultimi anni permettendo), cosa che mi ha fatto sempre ritenere che i pratesi siano i ‘lombardi’ della Toscana, ma anche per essere terra di frontiera, sulla cui trama economica e sociale ha impattato una imponente immigrazione cinese. Insomma, Prato come luogo di una possibile ed anzi già corrente contaminazione, ha metabolizzato un verbo che giungeva dai lontani Stati Uniti d’America, dai repubblicani libertarians (che si distinguono dai social-conservatori) - e non si sarebbe potuto farlo meglio in qualunque altra città Toscana. 

Era il 20 maggio del 2010 ed io, da anni ‘senza casa’ politica, accorsi con un amico ad ascoltare quella cosa strana e mi ritrovai tra volti sconosciuti a provare un senso inatteso di consuetudine, di familiarità. Mi pareva di sognare: ascoltare e condividere con sessanta/settanta persone provenienti da varie parti d’Italia, parole che non avevo letto o leggevo se non nei libri (come “L’ingranaggio della libertà” di David Friedman o il più classico “Anarchia, stato e utopia” di Robert Nozick) e che comunque non mi capitava di ascoltare mai.

A differenza dei partiti, che dispongono dall’alto di pochi protetti palazzi delle vite degli altri (che siamo noi tutti), che lanciano proclami generici ed asettici da salotti ovattati, il ‘Partito del Tea’ avrebbe organizzato negli anni a seguire più di trecento incontri/conferenze/convegni in svariate città d’Italia, per lo più nel Centro-Nord, intercettando la curiosità e l’interesse di migliaia di persone. Numeri forse non clamorosi ma che parlano però dell’unica esperienza che conta per spingere una lenta trasformazione della cultura dominante, vuoi che si realizzi ‘fisicamente’, vuoi mediante la rete (dove Tea Party è attivo non solo con il suo website ufficiale): confrontare le proprie ragioni (chi lo fa più, oggi?) non a numeri- da-trasformare-in-voti ma ad uomini da rispettare nella loro storia e nelle aspirazioni, contro uno Stato invadente e una legge che impone decisioni arbitrarie ed inique: che cosa vuol dire dunque “meno tasse più libertà”?

Che senso ha nel XXI° secolo la riscoperta del trinomio vita-libertà-proprietà? Perché non possiamo più mestamente tirare le giacca allo Stato ma dobbiamo riprendere il controllo delle nostre vite? E’ solo per il fardello del debito e/o lo spettro del deficit o c’è anche una scintilla etica?
E soprattutto, dov’è la sbandierata vittoria del liberismo, se è vero che dietro i più grandi ed anche recenti disastri ci sono per lo più decisioni assunte da alcuni burocrati, nel dispregio delle regole di mercato (che è una delle molte istituzioni sociali, per usare un concetto assai usato dal filosofo-giurista Bruno Leoni) e dei diritti di proprietà individuali?

Auguri Tea Party Italia!

Paolo Marini
Coordinatore Tea Party Firenze
(Articolo tratto da "Cultura Commestibile")

Nella foto: il primo banchetto, in Piazza Duomo a Prato che annunciava l'evento del 20 maggio 2010.




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Articolo postato il 20/05/2015 - Aggiungi il permalink ai segnalibri.

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